Francesco Bianconi ci racconta “Forever”, il suo primo disco da solista

Francesco Bianconi su RKO parla di “Forever”, la sua prima avventura musicale da solista da i Baustelle. Prodotto da Amedeo Pace (Blonde Redhead) e registrato ai Real World Studios di Bath, è un disco scarno negli arrangiamenti e senza la tradizionale ritmica basso-chitarra-batteria, concepito con l’idea di usare la voce come unico elemento percussivo e con la presenza, nel tessuto di base di ogni pezzo, di un quartetto d’archi, il Quartetto Balanescu ensemble, e dei pianisti Michele Fedrigotti e Thomas Bartlett che si alternano nell’esecuzione dei brani. Nel suo nuovo lavoro Bianconi ha fortemente voluto la partecipazione di altre voci: Rufus Wainwright, Eleanor Friedberger, Kazu Makino e Hindi Zahra; tutti  artisti internazionali con cui ha avuto il piacere di collaborare sia per la scrittura dei brani sia per l’esecuzione della parte vocale.

E’ quasi passato un anno dal momento in cui il disco era pronto.  Ironia della sorte hai scritto delle canzoni un po “da lockdown”,  isolate dal mondo, come sospese nello spazio e nel tempo e questo lo ritrovo anche nel titolo del disco,  come se fosse la premessa del tutto, anche se magari alla fine la scelta è stata probabilmente casuale. A parte la difficoltà mentale ad accettare una situazione del genere, calcolando la tua urgenza artistica di volerlo far uscire e poi la tua consueta pignoleria,  non hai avuto timore di non ritrovarti più nei suoni e nei testi, intendo nella accettazione delle canzoni che avevi scritto?

Ho avuto molto timore, che all’inizio si era trasformato anche un po’ in angoscia, mi riferisco ovviamente allo scorso lockdown, dovuta dal fatto che mi sono ritrovato con il disco pronto e costretto a non poterlo far uscire, a rimandarlo e all’inizio non sapevo neppure di quanto. Temevo di non ritrovarmi più in sinc con quanto avevo scritto e con quanto mi sembrava fosse urgente far conoscere al mondo subito: E poi questo per me era come un esordio, era l’incarnazione di me come uomo solo e quindi lo avevo caricato effettivamente di aspettative, mi sentivo forte, eccitato ed ero voglioso di farlo sentire al mondo, è stato stoppato ed io sono entrato in quello che dici tu, nel timore di non trovarmi in sintonia, cinque, sei, sette mesi dopo con quelle cose che mi sembravano fondamentali da far uscire adesso. Comunque un vantaggio che ha questo disco che ancora sento, che effettivamente  è un disco un po’ forever, nel senso che grazie al cielo, ma grazie anche a me, cioè non l’ho fatto così perché  prevedessi, Dio me ne guardi, le pandemie globali, l’ho fatto così perché sentivo di voler fare un disco un pò spoglio, minimale, tendente a stare bene in qualsiasi stagione ed il minimalismo salva per certi versi,  l’uscire un po’ dalla mode, come indossare una cosa un pò più classica e meno soggetta alle mode del momento e quindi mi ritrovo ancora e mi sembra sia uscito l’altro giorno “Forever”. Ho voglia ancora di promuoverlo, come se non fosse passato tutto questo tempo, anzi spero di poterlo suonare dal vivo presto, magari in estate sarà possibile fare qualcosa

Quanto è stato importante per te questo disco? Ne avevi voglia, voglia di metterti in gioco, metterti alla prova ma anche un po’ a nudo,  mi è sembrato un viaggio in cui cerci di scoprirti ma anche di giudicarti, di evidenziare anche le ombre del tuo io

Si sicuramente coincide con un mio periodo, come sempre. Particolarmente con questo disco è la dimostrazione che i dischi si fanno di conseguenza alla vita, sono conseguenti ai periodi che si attraversano, esistenzialmente parlando, io in questo momento evidentemente mi sentivo  più alla ricerca di me stesso che in altri momenti della mia vita in cui sono stato un pò più, forse,  in superficie. Ed è venuto fuori un disco che è una sorta di autoanalisi secondo me, ci sono delle canzoni dove questa cosa è maggiormente evidente altre un pò meno,  in ogni caso corrisponde ad un periodo della mia vita in cui avevo voglia di scavarmi dentro e non sentivo neppure il pudore di questa azione tant’è ho voluto poi anche renderlo pubblico. Uno può cercare dentro di se,  può fare un percorso di analisi,  un percorso di introspezione dentro i propri, più o meno, profondi abissi e tenerli solo per se, io l’ho voluto dire, esplicitare e rendere pubblico con un disco. Io lo reputo coraggioso, me lo dico da solo (nrd ride!) io sono tendenzialmente un pavido quindi questo disco per vari aspetti, che io so, conoscendomi bene, per me è un disco coraggioso e sono contento se qualcuno ritrovi questa stessa cosa,  lo consideri altrettanto coraggioso

Andato indietro nel tempo, la prima intervista che ti ho fatto con i Baustelle è stata quella nel lontano Brand New nella data del live a Fiumicino.  Dopo tutto questo tempo, oggi quali sono state le consapevolezze che hai scoperto fuori dai Baustelle

Uscendo dal gruppo è come camminare da soli, attraversare il deserto da soli, può essere molto pauroso, esci da una serie di vincoli però allo stesso tempo senti il timore, non hai più i tuoi compagni con cui dividere, con cui abbracciarti, affrontare il cammino insieme. E’ ovvio che poi ci sono delle tensioni ma stare in un gruppo è una fantastica maschera,  un fantastico schermo. Io ricollegandomi al discorso di prima, era un periodo in cui volevo camminare da solo ecco, per cui mi è servito  e mi servirà anche quando rientrerò nel gruppo, quando nel futuro disco dei Baustelle,  io credo dopo aver imparato a camminare meglio da solo,  porterò, spero, questa mia maggiore capacità

Ti sei liberato anche del tuo ruolo di produttore in questo disco, ti sei liberato anche di questo  vincolo,  lo hai lasciato ad Amedeo Pace (Blonde Redhead), come si è comportato!?

Devo dire che è stato fantastico, sono rimasto sorpreso della sintonia che abbiamo trovato, perché io sono un po’ di anni che,  più o meno direttamente, faccio il direttore artistico  dei dischi dei Baustelle, e quindi sono molto controllore, “molto precisino, molto precisetti”, perché qualcuno deve controllare,  soprattutto nelle band, qualcuno deve occuparsi oltre che della scrittura, della performance e di tutta una parte di arrangiamento, diventi addirittura uno psicologo, il produttore è una figura interessante, molto complessa ed è anche  un lavoro faticoso ma a me piace molto farlo, l’ho fatto con piacere con i Baustelle, l’ho fatto con Lucio Corsi ad esempio di recente, è una cosa che mi piace fare però. Questa volta paradossalmente, questo è il disco in cui cammino da solo, uno direbbe , a maggior ragione devi essere il produttore del tuo disco, il produttore di te stesso ed invece no, ho capito che se vuoi camminare da solo e se vuoi perdere veramente il controllo, per certi versi, artistico, e uscire di più da quella modalità di schematismo,  precisione e, appunto, controllo, devi affidarti ad un altro. La difficoltà è trovare un altro che sia un altro te di cui ti fidi completamente e in cui puoi perdere il controllo, è come fare un viaggio con LSD con un medico accanto (ride).  Amedeo, il mio management mi aveva detto che era in contatto con lo staff in Italia dei Blonde Redhead e che era disponibile Amedeo, voi non vi conoscete ma secondo noi dovreste incontrarvi. Tutto ciò era molto a monte rispetto al disco per cui ho seguito il consiglio e abbiamo preso un caffè insieme, io, nel mentre scrivevo canzoni, perché gli avevo parlato di voler scrivere un disco a nome mio, io gli mandavo i pezzi a New York, lui mi dava dei consigli ad un certo punto lui è tornato in Italia e gli ho chiesto se volesse fare questa cosa ed ha accettato. E mi sono trovato molto bene,  al di là del suo apporto tecnico artistico, ho scoperto che abbiamo gusti musicali anche non praticamente coincidenti ma molto simili a me, una persona pacata, non invadente, ho trovato una specie di fratello maggiore di cui sono diventato anche un amico ed è stato bravo, appunto,  perché secondo me mi ha controllato pur facendomi uscire fuori di controllo

Invece gli equilibri con gli altri ospiti del disco, come per  Rufus Wainwright o Eleanor Friedberger, Kazu Makino e Hindi Zahra

Allora, è misto, Kazu era in Italia ed è venuta a cantare proprio nel mio studio casalingo, così anche Hindi Zahra, invece con Rufus ci siamo solo conosciuti in maniera epistolare, via mail ed ha cantato a Los Angeles, poi c’era un grande progetto di vederci tutti quanti, lui doveva venire in Italia per Piano City a Milano, dovevamo  incontrarci,  conoscerci di persona poi è arrivato il virus ed è saltato tutto. Così per Eleanor Friedberger che canta in un altro pezzo, lei ha registrato a New York, in uno studio di NY ed Amedeo è andato li a supervisionare mentre cantava ed io non sono andato. Poi alcuni li conosciuti personalmente compresi i Balanescu Quartet,  siamo andati a Real World, per la base del disco ed il pianoforte, il quartetto d’archi è stato fatto li,  e c’ero anch’io, in Inghilterra. Anche loro, i Balanescu, avrebbero dovuto partecipare alla prima tornata di concerti in tour con me e poi è saltato tutto, poi adesso in Inghilterra è scoppiato un caos e quindi lasciamo perdere

Tornando al disco, hai dato sicuramente rilievo più alla musicalità delle  parole, se non sbaglio lo hai definito lo stile come “folk universale”, hai utilizzato  lingue diverse. Mi è sembrato che ci sia un contrasto tra le tue nuove aperture ed un mondo che si chiude con strani nazionalismi e accadimenti folli, non ultimo quello di Capitol Hill, correggimi se sbaglio, ma mi sembra che ci sia un piglio politico in quello che hai fatto

Io sono sempre stato, in una maniera non troppo partitica, spero non troppo retorica, sono sempre stato politico. Per me, le canzoni  che mi piacciono sono tutte politiche anche quelle d’amore, però sì,  trovo il progetto del folk universale, dello slegarsi dalla propria/nostra lingua sia anche un modo, si se vuoi, anche un messaggio. Mi piaceva l’idea,  almeno in  musica,  uscire dalla folle corsa ai nazionalismi, anche un po’ una maniera per sminuire il mito della parola della grande canzone d’autore che spesso genera poi miraggi, illusioni, falsi miti, spesso non funziona, c’è un sacco di musica cantautorale brutta in giro. Funziona la  musica cantautorale quando ci sono parole più intelligenti della musica commerciale ma allo stesso tempo hanno anche un suono, devono suonare bene. Io faccio sempre l’esempio ci Creuza de Ma di De Andrè insomma, nessuno capisce cosa dice però suona benissimo ed è un bellissimo disco cantautorale

Io tra le aperture, ho quasi paura ha chiedertelo, sapendo che sei ateo, ma mi sembra che oltre alle questioni politiche di cui parlavamo prima, ci sia anche qualche riferimento alla religione, qualche apertura che mi ha fatto pensare che tu ci stia pensando su

Io in verità,  ti confesso che ci sto pensando veramente su da un po’ e come dire sono più possibilista ora, sento che sto cambiando

Aprendo una parentesi diversa dal disco, mi puoi parlare di “Storie inventate”? Un format online molto divertente,  che hai fatto con Angelo Trabace (che saluto!) e che ha riscosso molto interesse

E’ stata anche li una bella esperienza, era scoppiata l’epidemia e bisognava in qualche modo passare il tempo e ci siamo inventati questa sorta di format da casa mia, l’idea era che io ed Angelo suonassimo delle canzoni dal vivo,  pianoforte e voce, quindi  vestite un po con i vestiti di Forever,  in linea con l’estetica dell’espoliazione del disco e che fossero abbinate ad un contributo di un personaggio extra musicale ed ogni puntata doveva essere tematica ed il tema doveva essere dato dalla canzone scelta.   Un idea molto semplice e credo abbia avuto molto successo sui social e sono molto contento  dell’esperimento,  abbiamo ricevuto molti complimenti,  ho imparato che spesso dalle costrizioni nascono delle cose  interessanti, cioè aguzzano  l’ingegno spesso sei costretto ad inventarti delle cose ed ho capito che i cosidetti artisti, i sedicenti artisti, dovrebbero un po’ … il cambiamento deve partire non tanto dalle case discografiche, dai management,  ma spesso siamo noi ad essere pigri e che ci limitiamo a produrre contenuti classici e a pensare a forme di promozione classiche,  io spero che tutta questa brutta storia della pandemia almeno serva un pò a rimescolare le carte, a rendere gli artisti più consapevoli del fatto che si possa uscire fuori dalla routine ormai stravecchia e consumata del disco-promozione-in radio- magari faccio Sanremo! Ci sono tante idee da inventarsi!

Ciao a tutti gli ascoltatori di RKO, mi raccomando resistete e presto ci riabbracceremo tutti con grande gioia e felicità! Grazie a te Carlo, buona giornata e speriamo veramente, a presto!

Qui sotto potete ascoltare la puntata di Avantpop completa di intervista e musica