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Faccio la mia cosa: esordio alla narrativa per Frankie Hi-nergy

Prossimo a festeggiare i suoi primi 50 anni Frankie Hi-NRG arriva a Bari ospite de La Feltrinelli per raccontare la sua crescita umana ed artistica, evoluta in parallelo a quella del movimento hip hop, descritta all’interno del suo primo romanzo; un lavoro di debutto e di formazione, autobiografico, dal titolo Faccio la mia cosa, 234 pagine fluide e sorprendenti, che strappano sorrisi a profusione. Frankie, al secolo Francesco di Gesù, è nato nel ’69 ed ha vissuto tutto l’excursus del movimento hip hop, nato nel ’73 al di là dell’oceano. Il termine hip hop, ci racconta, deriva dal nome di un orologio usato dai paninari di allora, poi curiosamente usato per racchiudere quattro forme espressive con quattro rispettive nuove figure: il dj, il ballerino (b-boy o b-girl), il writer e l’MC, che esplodono nel momento del break di un pezzo musicale. Tutto è nato in uno dei Block Party newyorchesi nel Bronx, da un’intuizione del grande Dj Kool Herc.

Frankie Hi-Nergy dice: “…ho fiducia nei punti interrogativi sulla testa delle persone, diffido di di quelli esclamativi, che spesso sono mutuati da altri o altro. Quello che cerco di fare è fertilizzare quei punti interrogativi, quella curiosità, per trasformarli in punti fermi.
Come? Per questa prima volta nella narrativa Frankie si è affidato alla tecnologia e nello specifico ai qr-code, inseriti tra le pagine di Faccio la mia cosa, per offrire l’immediato rimando alla storia della musica della sua vita, trattandosi di un percorso tra gli ascolti che hanno condizionato la sua formazione.

E se la curiosità è chiedersi cosa scegliere, nel suo racconto campeggiano come giganti i suoi genitori, veri coprotagonisti del romanzo al pari dei cambiamenti socio politici. Mani pulite in Italia, i movimenti politici e sociali americani come quelli della pantera, ma anche la scena dei centri sociali italiani, dice, hanno fatto esplodere l’esigenza di affrontare temi impegnati. Il rap è rap, non nasce come movimento evangelizzante rispetto esclusivamente ai temi di quel periodo. Per chiarire meglio il concetto Frankie cita i Sottotono, gruppo musicale con un discreto seguito, ma stigmatizzato per essere rimasto lontano da tematiche impegnate. I dj erano delle star, tanto più grandi quanta più gente avevano intorno, il che dipendeva dalla qualità dei dischi che possedevano e facevano suonare. Il ruolo dominante del rapper è arrivato dopo. Eppure erano questi ultimi i custodi dei contenuti più politici. Si parla dell’attualità del ghetto solo dall’82 ad opera di DJ Grandmaster Flash. Guardando agli anni ’90 persino Jovanotti, con la sua trasmissione su Dj Television, ha contribuito alla diffusione del fenomeno, inserendo temi sociali. Ma sul finire degli anni ’90 è arrivato il tracollo: da un lato l’esigenza di essere duri e puri, non scendere a compromessi neanche economici ha prodotto un vuoto. Il successo era dei “venduti”. È stato necessario aspettare i primi 2000 con Fabri Fibra e Paola Zukar che ha voluto allargare gli orizzonti, facendo contratti discografici che potessero sostenere economicamente la scena. Questo scatto ha permesso ai rapper di essere più generosi e di raccontarsi, così è accaduto che cambiasse il passo. Con la trap la metrica unica ed originale è andata in secondo piano, mentre la parte musicale si è trasformata, con suoni in minore, archi ed atmosfere più avvolgenti. Inevitabilmente cambiando i tempi e l’approccio sono cambiati anche i temi. Non si parla più di sociale, al plurale: si parla di sé al singolare; il faro che guida le liriche dei successori della scena rap è la maternità. Non è raro che la madre sia raccontata e santificata. Per una femmina angelicata tutte le altre sono messe “in una sorta di pozzanghera indistinta” e sotto una luce davvero poco lusinghiera. Frequentemente si tratta di racconti che riguardano relazioni passate e chiuse. È cambiata la maniera di intendere la narrazione. L’io solitario si definisce in funzione di ciò che possiede ed è vittima di una profonda demacizzazione, con un estetica androgina, di rottura, che spiazza ed è anche divertente, dice Fankie, rispetto all’appiattimento che si stava avendo nei primi anni 2000: non si vedono più “tipacci” corpulenti e fortemente eterosessuali, dal fisico decorato da fori di proiettile (ndr 50 Cent).

Il rapper Manuto, di strafactor, è intervenuto chiedendo degli haters. La risposta di Frankie Hi-NRG è secca. Gli haters sono un “non problema”, poiché la tecnologia permette tutto, anche di bloccare problemi come questi. Lui è stato inviso ad alcuni rapper del momento quando ha avuto un successo repentino al primo album. Lui ha avuto tante fortune ed il dovere di capitalizzare: viaggi tranquillità economica, istruzione. Ma non ha avuto una militanza in ambienti tipo quelli dei Zulu Party. Per cui con il terzo brano da lui composto “Io faccio la mia cosa” è una dichiarazione : io faccio il mio con il mio stile e spero nel rispetto da parte delle “posse”. 

“Nella casa la situazione è tesa, confusa, 
la scena è divisa, 
è esplosa la moda, 
la massa si accosta all’Hip-Hop e di “posse” già oggi son piene le fosse… Si accusa 
di vendersi all’incanto 
chi intanto fa il possibile per render più accessibile il messaggio al largo pubblico, 
a quell’utenza in astinenza di concetti costruttivi 
la cui assenza crea effetti negativi 
alla coscienza della grande massa 
priva di qualunque conoscenza anche la più bassa 
di questo fenomeno mondiale che va sotto il nome di Hip-Hop, 
filosofia di vita, approccio culturale alternativo alla realtà di ogni giorno:
mi guardo intorno, 
m’informo e torno a raccontare nella forma verbale a me più congeniale
quella dell’istinto razionale che mi spinge a commentare, 
a sottolineare quel che vedo a cui non credo. 
Usando il rap interferisco e le do e non mi siedo, 
eccedo là dove intravedo uno spazio libero d’azione 
per fare informazione e incominciare a rosicchiare 
quello che ci viene messo a disposizione dai media, 
dalla televisione: 
comunico l’idea e la rima il ritmo sposa
io sono un home-boy e faccio la mia cosa. E faccio la mia cosa nella casa 
nella casa faccio la mia cosa
Sinuosa si snoda la mia rima sopra al ritmo come prosa, 
si attacca alla tua mente quasi come una ventosa, 
tatuaggio indelebile dell’anima ritrosa alla disamina che penetro e contamino… 
Insemino il sistema come un virus oggi endemico, 
domani epidemico questo è ciò che auspico avvenga: 
non c’è niente che mi tenga frenato, il contrattacco è iniziato, partito.Di slancio come un fulmine travalico ogni limite 
che intralci la mia crescita e pregiudichi il buon fine 
di questa operazione rimica: 
uso la metrica come una sciabola tagliente e rapida, affilata 
come una spada, affiatata 
come la mia squadra che mi segue ovunque vada:
il mio DJ 
stile, fa ruotare a mille all’ora il vinile intorno al perno, 
scatena l’inferno sulla terra, 
dichiara guerra, l’attacco sferra e ti sotterra 
in un mare di merda… 
non sono un compagno ma un b-boy in effetto nella casa… 
e faccio la mia cosa…E faccio la mia cosa nella casa 
nella casa faccio la mia cosa
Una voce virtuale ad elevato volume 
che si eleva dal piattume culturale, 
istituzionale, istituzionalizzato dal potere di uno Stato colluso 
che per anni ci ha illuso e ha fatto danni su danni, 
ma a pagare siamo sempre e solo noi, 
e i cocci restano suoi… Come buoi trasciniamo l’aratro, 
bastonati da un bifolco 
ma l’unico solco che ho intenzione di tracciare è quello su vinile, 
la mia ritmica è febbrile, rapida come staffile con cui frusto a sangue chi non segue il mio stile, 
sputa la bile e non ha niente da dire, 
traccia un confine tra il rap e il mondo. 
Io non mi nascondo nel doppio fondo del sistema, 
studio e affronto il problema,
traccio uno schema, 
dimostro il teorema in forma di poema, 
secondo il concetto assoluto e perfetto che del mondo tu devi essere la “causa”, non l'”effetto”, 
e me ne fotto 
di chi usa l’Hip-Hop solamente come posa… 
e faccio la mia cosa… E faccio la mia cosa nella casa 
nella casa faccio la mia cosa”

DI GESU’ FRANCESCO / NEMOLA FRANCESCO © UNIVERSAL MUSIC PUBLISHING RICORDI SRL – 1993

A proposito di Verba manent, album di Fight da faida dice: “quei brani li ho scritti prima della strage di Capaci, prima della nascita di Libera o di Addio pizzo, ma resta il fatto che le canzoni non cambiano il mondo, quello lo fanno le persone. Le canzoni al più possono mettere in sincrono le persone verso un comune obiettivo, proprio come venivano usate per far crescere nel cuore e nella mente dei soldati la tensione prima della battaglia“. Frankie Hi-NRG si è approcciato al tempo cercando di documentare o fotografare la sua realtà. Non c’era la volontà di proporsi come leader o influencer. Ed ora ricordando i temi di denuncia di allora non può che augurarsi che non c’è né sia più bisogno.

Reale Virtuale e Immaginario: Intervista a Qadim Haqq tra afrofuturismo e techno

Abdul Qadim Haqq, noto anche come Haqq e The Ancient, è un artista visivo americano nato e cresciuto a Detroit, nel Michigan. È considerato l’ambasciatore d’arte numero uno di Detroit per gli artisti di musica techno di fama mondiale.
Intervistato per RKO da CLaudia Attimonelli e Lorenzo Montefinese negli spazi di EXP Records – Vinyl & DJ Shop, Qadim Haqq è oggi protagonista di “Reale Virtuale e Immaginario”, un evento straordinario nato dalla collaborazione tra il Centro Studi e Ricerche di Apulia Film Commission e i Corsi di Scienze della Comunicazione – Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Comunicazione (Uniba), con la partecipazione di MEM – Mediateca Emeroteca Musicale – e di S/Murare il Mediterraneo.

Ascolta l’intervista ad Abdul Qadim Aqq, The Ancient, presso l’ EXP Records di Bari

Doppio appuntamento, venerdì 3 maggio, all’Ateneo di Bari e alla Libreria Prinz Zaum per esplorare l’immaginario afrofuturista con due ospiti d’eccezione: A Qadim Haqq, l’artista visuale della scena musicale di Detroit, e Andrea Benedetti, producer romano e profondo conoscitore delle musiche black. L’edizione di quest’anno si propone di esplorare archetipi, ossimori e matrici degli scenari black connessi con il futuro attraverso le opere pittoriche e i fumetti di A Qadim Haqq e la narrazione sonora di Andrea Benedetti.

La fantascienza black, spesso ispirata alla deportazione nelle navi negriere dei futuri schiavi verso l’America, insieme alle sonorità della techno e dell’electro, sono espressioni di una tragedia umana vecchia di 400 anni e che oggi ritorna quanto mai attuale, a causa delle inarrestabili morti nei mari del Mediterraneo. Il seminario inizia alle 15 con i saluti istituzionali della presidente di Apulia Film Commission, Simonetta Dellomonaco, del Direttore del Dipartimento ForPsiCom, Giuseppe Elia, di Anna Montefalcone (Centro Studi e Ricerche di AFC) e dei coordinatori dei Corsi di Scienze della Comunicazione, Filippo Silvestri e Ylenia De Luca.

Prosegue con l’introduzione sull’Afrofuturismo di Claudia Attimonelli (MEM, ForPsiCom) con le storie della musica nera di Andrea Benedetti (Mondo Techno, Roma), a seguire l’atteso talk con l’artista e illustratore A Qadim Haqq (Detroit) e la partecipazione del Gruppo di Ricerca MEM, composto da Grazia Ciani, Michele Di Stasi, Lorenzo Montefinese e Roberta Troiano. Le conclusioni sono affidate a Paola Zaccaria (S/Murare il Mediterraneo). Partecipano gli studenti dell’Ipsia Santarella.

Alle 19.30 l’evento continua alla libreria Prinz Zaum per una presentazione audiovisuale del volume “Mondo Techno” (Stampa Alternativa 2018) di Andrea Benedetti e per lo straordinario live painting di Qadim Haqq. L’Artista di Detroit esporrà per l’occasione le preziose opere, copertine di vinili di culto della scena di Detroit e le tavole di prossima pubblicazione relative al graphic novel, The Book of Drexciya.

Nato nell’alveo della diaspora africano-americana, l’afrofuturismo parte da alcuni assunti fondamentali: l’omologia tra schiavo, alieno e robot derivata dall’esclusione dei neri dall’ordine del discorso sul futuro e sullo sviluppo tecnologico e maturata in seguito alla tragedia della schiavitù e delle morti occorse durante le deportazioni del Middle Passage. L’estetica di A Qadim Haqq restituirà il senso di questo movimento, che include tra gli altri, le opere di Sun Ra and the Arkestra Miles Davis e Jimy Hendrix, Basquiat, John Akomfrah, Kodwo Eshun, Octavia Butler, Missy Elliott, Grace Jones, Rihanna, Erykah Badu, Drexciya, Jeff Mills, fino al recente successo cinematografico di Black Panther e Spiderman into the Spiderverse.

Afrofuturismo è un termine di recente adozione che si riferisce alle culture nere metropolitane che si muovono tra cinema, letteratura fantascientifica, musica (hip hop e techno), grafica e produzione di videoclip. L’immaginario che ne deriva reca i segni del passato ancestrale e del futuro mai accaduto, al punto che il termine in sé a primo impatto risuona come un ossimoro. Dai primi scritti in cui compare la parola Afrofuturismo – 1992, Mark Sinker: Loving the alien su The Wire e 1993, Mark Dery: Black to the future. Afrofuturism – ad oggi, l’afrofuturismo riceve sempre più attenzione da parte di media e pubblico, coinvolge cinema, moda e architettura, in particolare inscenando spazi urbani distopici, dove esperire multiversi.

Haqq insieme ad Andrea Benedetti, la memoria storica dell’avvento della techno in Italia, fondatore di Tunnel e infaticabile diffusore delle musiche black nordamericane, insieme al Gruppo di Ricerca MEM ci immergeranno nelle atmosfere acquatiche di mondi sommersi.