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La Fotografia in Oriente: Gli scatti di Fan Ho

Come ogni Martedì con il programma “Rumore” abbiamo scoperto la storia di un nuovo fotografo. Questa volta il protagonista era Fan Ho, un fotografo appartente ad una cultura diversa rispetto a quella dei fotografi visti precedentemente. Con Fan Ho scopriamo la cultura orientale e nelle sue foto si capta questa diversità culturale.

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Le sue foto in bianco e nero conquistano l’osservatore per la loro eleganza, linearità e precisione. Le ombre e la luce sono una costante nei suoi scatti, quasi potrebbero essere considerati i veri protagonisti delle sue fotografie. Il collante di tutto questo è la filosofia del momento decisivo, per cui bisogna attendere che tutto sia perfettamente allineato.

La sua capacità è stata quella di riuscire a catturare le strade di Hong Kong quasi vuote o con pochissime persone, in un periodo storico in cui la città era in via di sviluppo e moltissime erano le persone che la abitavano. Le sue fotografie raccontano delle storie veicolate dalla sua personale visione, sono rappresentative della sua interiorità.

Fotografi come Saul Leiter e William Klein, di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, si sono dedicati al genere della Street Photography. Anche quella di Fan Ho è definita Street Photography, ma a differenza dei sopracitati, gli scatti di Fan Ho risultano molto pacati, ragionati e ponderati. Esprimono perfettamente non solo la personalità del fotografo, ma anche l’essenza della sua cultura di appartenenza. I suoi scatti possono indubbiamente essere accostati allo stile di Henri-Cartier Bresson, invece, che Fan Ho apprezava e molti sono i punti in comune tra i due fotografi.

Se vi siete persi la puntata di Martedì scorso, potete ascoltare il Podcast su Spreaker. “Rumore” torna Martedì prossimo, come di consueto, con nuovi artisti di cui parlare ed approfondire.

L’arte nelle fotografie di moda di Horst P. Horst

Nell’episodio di Rumore, andato in onda Martedì abbiamo scoperto la carriera di quello che è conosciuto come Horst P. Horst, un fotografo che ha lasciato un grande segno nella storia della fotografia di Moda del 1900. Durante la sua carriera ha avuto l’occasione di scattare ritratti di alcune delle celebrità più influenti degli anni ’30, ma la sua fama è legata prevalentemente alla sua carriera come fotografo di Moda.

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Rumore #9 – Fan Ho – 19/05/2020 Rumore

Rumore con Simona Losito. Nella puntata di oggi si parlerà di un fotografo appartenente alla cultura orientale, di cui si riconosce il tocco diverso: Fan Ho. Le sue foto in bianco e nero conquistano l’osservatore per la loro eleganza, linearità e precisione. Le ombre e la luce sono una costante nei suoi scatti, quasi potrebbero essere i veri protagonisti delle sue fotografie. Il collante è la filosofia del momento decisivo, per cui bisogna attendere che tutto sia perfettamente allineato. La sua capacità è quella di riuscire a catturare le strade di Hong Kong quasi vuote o con pochissime persone, in un periodo storico in cui la città era in via di sviluppo e moltissime erano le persone che la abitavano. Le sue fotografie raccontano delle storie veicolate dalla sua personale essenza.
  1. Rumore #9 – Fan Ho – 19/05/2020
  2. Rumore #8 – Horst P. Horst – 12/05/2020
  3. Rumore #7 – Saul Leiter – 05/05/2020
  4. Rumore #6 – Ralph Gibson – 28/04/2020
  5. Rumore #5 – Dorothea Lange – 21/04/2020

Horst ha lavorato per le riviste di moda più conosciute, come Vogue, Vanity Fair e New Yorker, realizzando immagini creative, attraverso una grande attenzione alla composizione e all’uso delle luci. Con queste caratteristiche è riuscito a creare un suo stile personale e a trasformare in vera e propria arte la fotografia di moda.

Negli artisti di cui si è parlato nel corso delle puntate abbiamo visto fotografi che si sono dedicati a fotografare guerre, fame, rivoluzioni o disagio sociale. Altri che si sono dedicati al trash, al “brutto” della nostra società e pochi altri si sono dedicati all’arte e al bello. Horst è stato uno di questi, scegliendo di ritrarre il bello, il sensuale e di non farne solo mera estetica, ma trasformarla in forma d’arte ed esaltarne il valore.

Nelle sue fotografie non c’è solo l’intento di ritrarre vestiti o modelle, ma soprattutto di raccontare il sogno di bellezza, eleganza e glamour di quegli anni. La sua attenzione alle pose, alle ombre e alla composizione nelle sue fotografie ricostruiscono spesso pose ispirate all’arte classica. Il risultato sono soggetti che sembrano distanti, eterei, di una bellezza che è senza tempo.

Quello che ci insegna Horst è che l’arte non dipende dall’oggetto fotografato, ma dal soggetto che fotografa. Qualunque oggetto, attraverso la fotografia, può essere trasformato in uno scatto significativo. Horst ci dimostra, tra le altre cose, che che si può fare arte anche con una pubblicità.

Per scoprire nuovi artisti del mondo della fotografia seguite la prossima puntata di Rumore Martedì prossimo alle 18.

Saul Leiter: Il pittore della Street Photography

Nella puntata di “Rumore” di Martedì si è parlato di Saul Leiter, un pioniere della fotografia a colori. Pittore autodidatta e successivamente fotografo di moda, fu tra i primi ad utilizzare le pellicole a colori per i suoi scatti, nonostante la fotografia a colori fosse denigrata, non considerata arte e utilizzata solo nella pubblicità e nella moda. Iniziò scattando fotografie per le strade di New York, catturandone la vita e la frenesia, dando inconsciamente vita ad un nuovo approccio a quella che verrà poi definita Street Photography. Le sue fotografie a colori, però, sono rimaste sconosciute fino agli anni ’90, da li in poi sono diventate importantissime nella storia della fotografia.

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Giá nei suoi lavori in bianco e nero si percepisce l’impronta pittorica di Leiter. Le sue immagini sono ben composte, anche se spesso non secondo i canoni tradizionali. Ma è soprattutto nel colore che emerge la sua personalità. Qui il tocco pittorico è ancora più evidente: spesso cose e persone sono sfuggenti, riflesse o appannate e spesso è tutto molto confuso. New York perde il suo caos e diventa improvvisamente tranquilla.

Grazie allo sfruttamento di superfici sbiadite, alla sovrapposizione degli elementi nella scena e all’accostamento di colori brillanti, le sue fotografie assumono particolarità che le rendono immediatamente riconoscibili dallo spettatore. La sua poetica e sensibilità emerge dalle sue fotografie che subito conquistano l’attenzione dell’osservatore.

Per qualsiasi domanda, richiesta o consiglio, ma anche per osservare tutte le fotografie di cui si parla durante le puntate, trovate la pagina del programma su Instagram (rumore_rko). “Rumore” torna Martedì prossimo alle 18 per una nuova puntata.

Il “Dio delle piccole cose” della fotografia: Ralph Gibson e i suoi frammenti

Nella puntata di Martedì di “Rumore” si è parlato delle fotografie di Ralph Gibson, un fotografo americano affascinato dai piccoli pezzi di mondo, dai frammenti della vita di tutti i giorni. La sua è pura arte, si distanzia dalla fotografia documentaristica, molto diffusa in quegli anni, per dedicarsi ad un lavoro più intimo e personale, alla ricerca della propria interiorità e alla ricostruzione della propria visione del mondo. E’ considerato da qualcuno “Dio delle piccole cose” proprio per la sua capacità di catturare i piccoli dettagli rendendoli soggetti delle sue fotografie.

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Il suo approccio alla fotografia risale agli anni trascorsi nella marina militare. Dopo il suo congedo ha continuato i suoi studi presso il San Francisco Art Institute, svolgendo tirocini per Dorothea Lange, di cui si è parlato nella puntata precedente, e Robert Frank. Entrambi i suoi mentori erano fotoreporter, dunque orientati verso la fotografia documentarista.

Ralph Gibson decide di distanziarsi dalle scelte dei suoi colleghi fotografi a lui contemporanei, optando per una fotografia più introspettiva e personale. Difatti nelle sue fotografie vediamo la sua personale interpretazione del mondo, il suo punto di vista. Il suo primo lavoro è “The Somnambulist“, una sequenza onirica all’interno della quale Gibson racchiude l’essenza di questo suo nuovo approccio.

A questo suo approccio soggettivo e astratto, è stata abbinata una ricontestualizzazione delle immagini nella loro disposizione e nella loro sequenza, ridefinendo in questo modo il significato attraverso le immagini. Con lui nasce quindi un nuovo linguaggio visivo – un linguaggio che parla del mondo dei sogni, dei ricordi e del subconscio.

Insieme a queste innovazioni, Gibson rielabora il significato del fotolibro. Infatti Ralph Gibson ha spesso raccolto i suoi lavori in libri fotografici, apprezzandone l’unicità. Per Gibson i libri sono i mezzi narrativi che esprimono ciò che un fotografo pensa delle sue fotografie, perciò per lui il libro diventa un mezzo ideale per presentare le immagini lasciando lo spettatore libero di sviluppare una propria narrativa.

Per altre curiosità sul mondo della fotografia e su nuovi artisti seguite la prossima puntata di “Rumore” Martedì prossimo alle 18.

L’arte di documentare: la Fotografia Documentaristica di Dorothea Lange

La protagonista della puntata di “Rumore” di questo Martedì è stata Dorothea Lange, una donna con una grande forza, che ha lottato per rendere note le condizioni dei meno fortunati del periodo storico che ha vissuto, attraverso la fotografia e per questo una delle fotografe più famose del ‘900.

I suoi lavori principali sono quelli durante gli anni della Grande Depressione, dopo il crollo della borsa di Wall Street. Ha lavorato per una serie di agenzie e organizzazioni impegnate nella lotta contro la povertà in America, che le hanno dato la possibilità di utilizzare la fotografia come testimonianza di ciò che i più poveri e disagiati stavano vivendo. Inoltre, Dorothea Lange ha viaggiato e lavorato per la rivista americana Life e ha collaborato alla nascita dell’agenzia fotografica Magnum.

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I suoi scatti hanno documentato con lo scopo di attuare un cambiamente sociale e non c’è una singola fotografia in cui non si percepisca questo intento. Con le sue fotografie ha quindi approfondito il legame tra lo stile descrittivo della fotografia documentaristica e l’ideale dell’impegno sociale. Per questo è considerata la madre della fotografia sociale americana. Il suo lavoro fotografico ha dimostrato che le opere d’arte e i documenti non si escludono a vicenda, ma possono mescolarsi e creare immagini che rimangono indelebili.

L’appuntamento è rinnovato a Martedì prossimo alle 18 per scoprire la storia di un nuovo fotografo, svelarne i segreti e le tecniche.

Estetica dell’istantanea e fotografie “banali”: i significati delle fotografie di Stephen Shore

La puntata di “Rumore” di questa settimana ha svelato i significati delle fotografie “banali” di Stephen Shore, uno dei primi fotografi che si approcciarono al colore e che contribuì a rendere la fotografia a colori all’altezza di essere definita arte. Un fotografo interessante per la sua filosofia e per i contenuti caratteristici dei suoi scatti. Con lui cambia l’approccio al paesaggio, non abbiamo più fotografie di paesaggi spettacolari, rappresentanti della Wilderness americana, ma abbiamo immagini in cui viene messa in evidenza l’azione dell’uomo, che ha modificato per sempre quei paesaggi. Denuncia sociale contro il consumismo e celebrazione della banalità, della semplicità del quotidiano: questo ed altro tra i messaggi intrinseci dei suoi scatti.

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A performare la sua mentalità e le sue idee, c’è stata l’amicizia con Andy Warhol quando era molto giovane. Nella sua Fabbrica, infatti, ebbe la possibilità di studiare e assimilare la sua filosofia.

Le sue fotografie sono spesso il frutto dei suoi viaggi in America del Nord. Infatti, il suo primo lavoro si chiama “American Surfaces”, il quale rappresenta un perfetto ritratto dell’America degli anni ’70, all’interno del quale troviamo fotografie che ad un primo sguardo potrebbero essere definite “insignificanti”, ma che in realtà celano un profondo significato e rappresentano una denuncia al consumismo. Il tutto racchiuso in quella che viene definita “Estetica dell’istantanea”, si tratta cioè di fotografie scattate senza una previa valutazione o studio degli elementi della fotografia, affidandosi solamente al momento in cui si scatta.

Il suo secondo lavoro si chiama invece “Uncommon Places”. Anche qui troviamo fotografie scattate da Stephen Shore durante i suoi viaggi in America. Ma la sua attenzione in questa raccolta si focalizza sui paesaggi, allo scopo di dimostrare al mondo che non era più possibile osservare un paesaggio incontaminato, di quella che prima era la Wilderness americana che i fotografi paesaggisti avevano tanto celebrato, ma ci da la visione realistica di un America vittima dei suoi stessi prodotti.

L’appuntamento con la fotografia è rinnovato alla settimana prossima, “Rumore” ritorna martedì prossimo alle 18 con un nuovo fotografo di cui svelare tecniche e curiosità.

Hanri Cartier-Bresson e William Klein: due personalità a confronto

Nella terza puntata di “Rumore” andata in onda Martedì alle 18 si è parlato di due fotografi, entrambi maestri del bianco e nero, entrambi sperimentatori ed innovatori. Si può dire che entrambi si occuparono di tipologie molto simili di fotografie, ma su due binari opposti. Entrambi, però, hanno creato un nuovo modo di interpretare la fotografia.

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Da un lato parleremo di Henri Cartier-Bresson, pioniere del foto-giornalismo e uno dei i fondatori dell’agenzia Magnum, una delle agenzie fotografiche più famose al mondo. Le sue regole sono state e sono ancora un caposaldo tra i fotografi, tanto da essere stato definito “occhio del secolo”. Fu un fotografo dalla personalità pacata e con un grande talento nel saper riconoscere e immortalare quello che lui considerava il “momento decisivo”. Inoltre, è famoso anche per la sua capacità di racchiudere il tutto in composizioni perfette e lineari, ma allo stesso tempo dinamiche.

Dall’altro abbiamo William Klein, un anticonformista considerato tra i fondatori della Street Photography. E’ stato fotografo durante il periodo in cui le regole di Bresson regnavano sovrane. Decise di sovvertire tutte queste regole e creare fotografie decentrate, mosse, sfocate, che si adattavano perfettamente ai contenuti dei suoi scatti, spesso provocatori, grezzi e violenti, che lo resero sicuramente un fotografo dallo stile inconfondibile.

Rumore ritorna Martedì prossimo sempre alle 18. Fateci sapere quale tra i due preferite e cosa vi trasferiscono questi due fotografi così distanti tra loro sulla pagina Facebook di Rko e sulla pagina del programma su Instagram, rumore_rko.

Philippe Halsman: tra composizione, surrealismo e follia

Nella seconda puntata di “Rumore” si è parlato di uno dei fotografi più famosi al mondo: Philippe Halsman. Difatti, scattò fotografie che sono rimaste nella storia. Da un lato ebbe la fortuna di avere soggetti famosi come modelli, come ad esempio Albert Einstein, Marilyn Monroe, Salvador Dalì, Audrey Hepburn, Marlon Brando, Anjelica Huston, Frank Sinatra… e molti altri. Dall’altro la sua firma si riconosce bene: le sue foto sono autentiche, ben costruite, originali e molto personali e talvolta addirittura surreali.

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Halsman è famoso anche per aver inventato la tecnica del “jumping Style”, ovvero l’arte di ritrarre una persona saltando, in questo modo il modello non aveva il controllo dell’espressione del viso. Lo scopo era proprio quello di portare alla luce la vera personalità del soggetto, che si concentrava sul salto e faceva cadere la maschera da personaggio famoso per svelare la sua vera personalità.

Al fine di riuscire a catturare e capire meglio la psicologia dei suoi soggetti, condusse anche degli studi sulle espressioni facciali. Questo dice molto di come fosse attento al particolare: i suoi scatti sono molto ben costruiti, c’è sempre un fattore che suggerisce qualcosa sul soggetto che sta fotografando in quel momento.

La sua collaborazione più famosa fu quella con Salvador Dalì, da cui nacquero dei veri e propri capolavori. Le sue foto erano surreali già prima dell’amicizia con Dalì, ma l’influenza dell’artista si nota e rende le sue fotografie spettacolari. Oggetti che levitano, persone che camminano sul soffitto, persone che saltano… insomma Halsman ha sconfitto le leggi della gravità nelle sue foto e ha trovato la strada per l’epicità.

“Rumore” ritorna Martedì prossimo sempre alle 18, nel frattempo potete commentare o dare dei suggerimenti sui social e sulla pagina Instagram rumore_rko.

Novità e sperimentazione: il colore e il movimento degli scatti di Ernst Haas

La prima puntata di “Rumore” ha visto come protagonista il pioniere del colore e del movimento Ernst Haas, un fotografo austriaco che si appassionò alla fotografia alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che lavorò per la Magnum Photos, una delle aziende di fotografia più importanti al mondo. Uno dei primi a sperimentare sulla pellicola a colori, tanto da essere stato il primo fotografo a cui è stata dedicata la prima mostra fotografica a colori nel Museum of Modern Art di NewYork.

Ascolta la puntata:

A lui dobbiamo una serie di tecniche che tutt’ora vengono utilizzate in fotografia, come ad esempio il Panning e la messa a fuoco selettiva. La sua propensione a non seguire le regole di composizione lo hanno portato a sviluppare uno stile unico, creando fotografie inconfondibili, caratterizzate da colori vividi e soggetti sfocati, grazie all’utilizzo di tempi di scatto lunghi, che riescono a coinvolgere l’osservatore nell’immagine. Lo scopo delle sue sperimentazioni e della sua propensione ad utilizzare il mosso era proprio quello di rendere l’idea del movimento nel tempo e nello spazio. Le sfumature dei colori unite al movimento sembrano essere stese da un pennello, dimostrando un’armoniosità fuori dal comune.

Particolare è anche la sua filosofia: infatti Haas non ha un soggetto preferito nelle sue immagini, ma si limitava a fotografare quello che aveva intorno. La sua abilità è stata proprio quella di riuscire a notare particolari che a tutti potrebbero sembrare banali. Secondo lui un fotografo deve “trasformare un oggetto da quello che è in ciò che si vuole che sia” ed è per questo che le sue fotografie risultano affascinanti e coinvolgenti.

Rumore torna Martedì prossimo sempre dalle 18 alle 19, con un nuovo artista e nuove tecniche da svelare. Se avete richieste, desideri o semplicemente dare le vostre impressioni potete farlo sui social, sulla pagina Facebook di Rko e sulla pagina del programma su Instagram, rumore_rko.

Fotografie e parole: “Rumore” tra i programmi del Martedì pomeriggio su RKO

Martedì 17 Marzo alle 18 è andata in onda su Rko la puntata zero del nuovo programma radiofonico “Rumore”. Il nome un po’ fuorviante potrebbe non far intendere in modo immediato il contenuto di questo nuovo format, ma tutto ha uno specifico significato. La puntata è stata registrata in chiamata Skype e se ne evincono le difficoltà dal riverbero della voce e dai rumori, appunto, provenienti dalle postazioni improvvisate per poter creare contenuti comodamente da casa. Quale periodo migliore se non questo in cui tutti siamo costretti a stare in casa per utilizzare la radio come canale di ricezione culturale e affacciarsi ad un mondo a voi sconosciuto o poco esplorato? La protagonista di quest’ora insieme sarà la fotografia. Si, esatto. Sembra strano, forse impossibile, poter parlare di un’arte visiva in radio. Ma siamo coraggiosi e tenteremo di farlo al meglio.

È arrivato il momento di svelare il motivo di questo nome a primo impatto un po’ bizzarro. Chi se ne intende di fotografia lo sa, il “Rumore”, quello digitale si intende, non è altro che il disturbo causato dalla poca (o troppa) quantità di luce in base alle informazioni che l’obiettivo è stato in grado di catturare durante lo scatto. Questo dipende sia dall’obiettivo sia dalle condizioni di luce presenti nel luogo in cui la foto viene scattata. Quando una foto presenta rumore digitale vuol dire che sarà anche poco nitida, un po’ granulosa con un effetto puntinato sparso qua e là all’interno della foto variando in base alle zone di luce e alle zone d’ombra. Il motivo per cui è stato scelto questo nome risiede nell’intento di creare un po’ di “rumore” nelle vostre menti, dare qualche informazione e farla arrivare in modo sparso per le orecchie di chi ascolta. Lo scopo di ogni puntata, infatti, sarà quello di mettere una pulce nell’orecchio degli ascoltatori e stimolarne la curiosità, parlando di un autore diverso di volta in volta. Ogni fotografo ha le sue peculiarità e la difficoltà sarà descriverne gli intenti e le tecniche, cercando di spiegare in modo semplice e coinciso ogni termine tecnico che l’ascoltatore potrebbe non conoscere, tentando di dare anche uno sguardo alle opere e scoprendone insieme i possibili significati.

Ascolta la puntata:

Il protagonista di questa puntata zero è stato Ansel Adams, uno dei più grandi fotografi del XX secolo e padre fondatore della fotografia paesaggistica. Un personaggio particolare, anche esteticamente, in quanto segnato da uno sfregio sul viso, causato da un terremoto nella sua città natale, San Francisco, che dimostrò grande passione e dedizione a quest’arte. La peculiarità di Ansel Adams risiede nel suo amore sconfinato nei confronti della natura, che grazie alla sua abilità, è riuscito a trasmettere all’osservatore. Inoltre, una caratteristica su cui bisogna soffermarsi è la scelta di scattare esclusivamente in bianco e nero: una scelta coraggiosa per un fotografo paesaggista, ma ben riuscita nel suo caso. Infatti, Adams è riuscito a sfruttare l’assenza di colore a suo favore, in modo tale che l’osservatore fosse orientato a porre la propria attenzione ai dettagli, ma soprattutto che potesse captare l’essenza stessa della natura trasmettendone l’emozione contemplativa.

L’occhio di Ansel Adams era un occhio sincero, empatico e fedele alla realtà. Tanto fedele da abbracciare la filosofia della straight photography, una filosofia di pensiero secondo cui le fotografie devono essere mantenute intatte, senza sottoporle a lavori di post produzione che ne intaccherebbero la purezza. Questa la filosofia caratterizzante del Gruppo f/64, che Ansel Adams fondò nel 1932, promotore di un linguaggio improntato alla purezza e al modernismo. Il nome stesso del gruppo rimanda all’apertura del diaframma, cioè l’elemento che determina la quantità di luce che passa attraverso l’obiettivo, e che determina la definizione di una foto: in questo caso l’apertura minima del diaframma riesce a garantire la nitidezza anche degli elementi più lontani. Con questa regola è più semplice catturare i dettagli e conferire una maggiore fedeltà al paesaggio reale, nonché una delle regole fondamentali della fotografia paesaggistica.

Una tecnica che invece Ansel Adams inventò di sana pianta fu quella del Sistema Zonale, una tecnica che riusciva a creare degli estremi di bianco e nero nelle foto, garantita dalla misurazione dei valori della luce. Questo sistema permette invece di catturare esattamente la luce presente in natura in modo tale da ottenere un’immagine maggiormente fedele alla realtà e anche di facilitare il lavoro dei fotografi durante il settaggio. La dedizione e l’impegno che Ansel Adams mise nel suo lavoro si evince proprio da queste tecniche, che ha gentilmente concesso al mondo dei fotografi per facilitare loro in qualche modo il lavoro.

Durante la puntata si è parlato anche di alcune delle opere di Adams: Cypress il cui soggetto è per l’appunto un cipresso. Solo una parte della sua interezza è stata catturata dall’artista, che ha voluto mostrare la sinuosità dell’intreccio dei suoi rami.

Cypress and Fog, Pebble Beach, California

Redwood, invece, esprime ritmicità scandita dai rami affusolati, conferendo un senso di confusione e angoscia e la sensazione di avere a che fare con l’ignoto e l’inesplorato al di là dei fusti in primo piano.

Redwoods, Bull Creek Flat, Northern California

Infine, Moonrise over Hernandez, una delle foto più rappresentative di cui abbiamo due versioni: la prima originale del 1943 e la seconda rielaborata in camera oscura del 1970.

Ad accompagnare il flusso delle parole, una selezione musicale quanto più inerente al tema trattato, con la speranza che possa far immergere l’ascoltatore nella natura ascoltando le note e le parole durante quest’ora passata insieme.