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Com’è andata a finire #1

Vi siete mai chiesti come sono andate a finire le storie che abbiamo letto tante volte, i cui personaggi ci sono familiari, le cui pieghe narrative ci sono note, le cui svolte assomigliano agli spazi domestici della nostra quotidianità? Vi siete mai chiesti cosa succede alla figlia di Emma Bovary, cosa fa in vacanza il commissario Montalbano, come festeggia capodanno il monaco Guglielmo da Baskerville de “Il nome della rosa”, cosa fa Jep Gambardella un martedì’ di febbraio quando fa brutto tempo?

Ne parliamo nella nuova rubrica di “UFO – Letture Straordinarie”, la trasmissione di libri e letteratura off mainstream di RKO; nella puntata di giovedì 10 quindi abbiamo trasmesso il nostro primo “Com’è andata a finire”.

Eccolo qui, in formato testo.

Maria aveva gli occhi stanchi, che cercavano ostentatamente qualche manifestazione di reattività e partecipazione sulle guance rubizze di sua madre, appesantita dalle portate e dal sesto bicchiere di vino sincero, sfinita al termine della cena sulla poltrona sfondata della sala. Aveva detto a Giovanna di allestire una cena di piatti schietti, come piacevano alla sua famiglia e lei aveva poi prodotto una lunga lista di piatti tutti di esuberante iperbole lipidica o, in vece, iperglicemica. 

Non li vedeva spesso. A Natale, una volta all’anno e anche quest’anno come l’anno scorso. Tutti quanti. 

“I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce…”, disse sua madre, in un impreciso momento di lucidità, oppure di intemperanza etilica, con uno sguardo fisso raggelante che per qualche istante fece rabbrividire anche Cristoforo, con il piccolo sulle ginocchia, sospesa nella terra di nessuno tra le dieci della sera e la messa. 

“L’idea che le cose le si aggiustano da sole è sciocca, mamma.” 

“LA PROVVIDENZA”, disse poi lei, con voce sostenuta ed alzandosi su due gambette malferme. 

Sua madre aveva superato da poco 40 anni, ma da quando si erano trasferiti a Milano le cose erano peggiorate, a giudicare almeno dal suo decadente stato fisico. Voglio dire, non lavorare, stare a casa tutto il tempo e vivere da signori in città poteva, dopo un po’ di tempo, affaticare come lavorare nei campi o in filanda. Non avere niente da fare; nessuna toppa da rammendare, campo da dissodare, frati da risistemare, fidanzati con cui piagnucolare. Semmai, passare in rivista le bambinaie, sgridare i bimbi più piccoli, dire loro di essere compunti e pregare il Signore, pregare il Signore, pregare il Signore. Poi arrivavano i precettori per Ambrogio, Teresa ed Enrica, gli altri aiutavano in giro – tranne Lodovico che passava tutta la giornata nella bisca clandestina di via degli Orefici –, i più grandi abitavano nelle loro case, per cui non c’era niente da fare. Renzo non c’era mai, ma non si capiva bene dove passasse il tempo. Tornava e parlava di capponi, di carni pregiate, della salsamenteria Fusaglia, del pane di Preattoni, dei formaggi di Castoldi, delle noci di Galdino e i dolci di Mandelli e a tutti pareva che cianciasse solo di ciccia, fame, pappa e zuppa, per cui a Natale era contento come il bambino più felice del mondo: Maria aveva infatti stabilito che la sua porzione fosse doppia già dall’antipasto e fino all’amaro. 

L’idea era che tutta la famiglia si ritrovasse al castello da Maria alla sera del 23, così che poi per la vigilia tutti fossero presenti, i bambini vedessero Giovanna impastare i dolci e la nonna criticare Giovanna che impasta i dolci. Bisognava schierare le sentinelle e le guardie notturne, ché altrimenti il buon Renzo divorava anche la pasta cruda e non lievitata, però i bambini divertivano lo stesso. Durante il giorno della vigilia la cucina si era affollata di un viavai intenso e sudaticcio, Lucia aveva assaggiato il vino e vuotato il bicchiere con sospetta velocità e Maria aveva naturalmente fatto finta di non vedere o non capire. Poi si era riversata la folla scomposta della gens, Cristoforo, Lodovico, Federico, Teresa, Perdicca, Chiara, Ambrogio, Enrica, Menico, Silvia, X Æ A-12 e Franco, in ordine sparso di grandezza con famiglia e prole numerosa a seguito, a totalizzare uno sconcertante numero di trentasette a tavola, di cui otto prepuberi e una mezza dozzina di lattanti variamente supportati da balie di varia natura, tutte finanziate dal patrimonio apparentemente senza fine del capofamiglia, che, seduto a capotavola, opposto a sua moglie all’altro capo del tavolo, ad una cinquantina di metri di distanza, sosteneva, in tono aulico e con qualche rigurgito della splendida cotoletta giovannea, che era mala cosa nascer poveri, però assai bella diventar ricchi. 

Il fatto era che Lorenzo, o come dicevan tutti Renzo, aveva prima acquisito la filanda assieme a Bortolo, poi ne aveva presa un’altra proprio a Bergamo. Poi Bortolo era morto e allora il Tramaglino era diventato socio unico. Poi venne il consigliere speciale Biondino, che gli si presentò con una bella pila di brogliacci sotto braccio e “A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo. Però il bandolo l’ho trovato io”, gli disse l’uomo speciale dai bilanci magici. Poi, dopo due anni erano venute altre dieci filande e quindi non c’era stato più bisogno di lavorare e dopo un altro po’ Lucia aveva detto che l’aria di Bergamo era troppo secca e che allora si trasferissero in Milano, dove presero casa allo slargo del mercato dei cavalli, al borgo S. Trinità nei pressi dell’approdo della Darsena. Qualcuno dell’ufficio del gran contestabile aveva cominciato ad alzare qualche sopracciglio sulle tasse che mancavano e per i furiosi accumuli di grossa grana dei Tramaglino, ma l’ammanco era stato presto riempito da una serata conviviale al tavolo con il podestà, gran cancelliere e il super governatore. Quando poi la cena diventò una ricorrenza mensile, nessuno mise più il naso nei conti sghembi dei Tramaglino. Un signorino avvezzo a stare nel cotone, si poteva allora dire. 

Quanto poi a Lucia: non s’era fatto apposta, ma ci si era riusciti ad annoiarla. E se, alla sera, si assaggiava un bicchiere, e poi anche un secondo ed un al pomeriggio, chi vuoi che se ne accorga se se ne prende uno anche al pomeriggio? Nessuno. E così un giorno e poi l’altro e poi ogni giorno. E poi, quando arriva Natale, nella terra di mezzo tra la fine della cena e la messa, chi se la ricorda più la messa? Non restava che Agnese, ma poltriva tutto il tempo, oppure ricamava, oppure parlava con sua figlia dei tempi eroici e delle sublimità pericolose e dei monti elevati al cielo e si dipingeva sempre come colei che aveva risolto ogni cosa, altro che quel frate. 

“L’idea che le cose le si aggiustano da sole è sciocca, mamma.”, riprese Maria, prendendo in mano il suo tirapugni. Una volta all’anno venivano da quelle parti, ma poi al giorno di Natale andavano al paesello, a sentir messa da don Abbondio, “quel figliuol caro, non punto simile al suo padre”, diceva sua madre. 

“L’azione, mamma, sveltezza, impunità. Mi intendi? Sfrontatezza, audacia, coraggio. Se si sta dietro a tutti gli imbrogli, ci si imbroglia. Bisogna che ci si spicci e guai ai birboni che si pongono in mezzo”. E in effetti la rapidità di esecuzione di Maria era sempre stata la sua arma principale. Rapine, saccheggi e, cosa che nessuno aveva prima mai pensato, una struttura gerarchica per la gestione delle imprese criminali, con squadre specializzate per il furto, altre per il taglieggiamento, altre per corruzione e il commercio clandestino di avorio, una che si occupasse degli investimenti in pirateria e il vertice supremo che raccoglie ed organizza, mette assieme e tiene sotto controllo, intuisce i punti deboli, taglia i rami secchi e premia i più meritevoli. Alla fine, era forse diventata più ricca del padre. Forse. 

“L’è troppo tardi per la messa”, disse allora Lucia, che non si alzava dalla seggiola. Agnese ronfava, Renzo parlava fitto con Lodovico. Maria uscì allora sul balcone del suo castello, era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, congiunto a un mucchio di massi e di dirupi e da un andirivieni di tane e di precipizi. Casa sua, ma Maria ammirava anche il precedente proprietario.  

UFO – LETTURE STRAORDINARIE #/

Giovedì 19 novembre, alle ore 16.00, ci sarà la prima puntata di “UFO – Letture straordinarie”, un programma sui libri e sulle storie possibili o impossibili, un contenitore di ispirazioni eterogenee e agitazioni culturali. E poiché “UFO” è un programma di letture diverso dagli altri, cominceremo a chiederci se esiste e se mostra ancora segni di vita la lettura o il suo volitivo esercito di corifei, gli autori o lettori; sì, certo sopravvivono: o forse ancora per poco. Ha ancora senso? Non sarà meglio guardarsi una serie ? Ma davvero?

Cercheremo una risposta, qui e oltre, nel cosmo e all’angolo tra Atlantic Avenue e Clinton Street a Brooklyn.

E per cui ci chiederemo: come si fa a fotografare il tempo?